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Se parliamo di accesso con impronta digitale pensiamo ad un’invenzione cinematografica dei film d’azione o futuristici, surreali e lontanissimi da quella che è la realtà che viviamo tutti i giorni (con chiavi della macchina o della casa che si perdono in continuazione). Eppure l’impronta digitale che diventa letteralmente la chiave d’accesso di un’intera attività non è solo realizzabile, ma è una realtà concreta che può essere sfruttata, sostituendo interamente la presenza umana all'ingresso o l'utilizzo di strumenti ad alto rischio di furto/smarrimento. Come? Ve lo spieghiamo noi, che in LIMES farm la utilizziamo tutti i giorni!


Impronta digitale: di che cosa si tratta

L’impronta digitale serve come dispositivo di identificazione personale. Al giorno d'oggi ci sono tanti metodi che utilizzano questo tipo di funzione, come ad esempio il tag rfid, oppure i sistemi dei telefoni cellulari. Ciò che rende speciale l’impronta, a differenza di altri metodi, è che non è trasferibile, vale a dire che il proprio dito non può essere prestato a nessuno, a differenza di una tesserina che può essere sia prestata, sia smarrita . Per cui, negli spazi di LIMES farm non si trova nessun tipo di presidio umano e la chiave di accesso a tutte le stanze (entrata dell’edificio compresa) è semplicemente l’impronta digitale.


Il suo funzionamento


Dal punto di vista tecnico ci sono tutta una serie di librerie su internet che facilitano la fase di enroll e di confronto dell’impronta. L’enroll consiste nella fase di scrittura della propria impronta nel sistema centrale, mentre il sistema di confronto fa un raffronto tra la tua impronta e quella all’interno del database ed eventualmente identifica l’utente. Nel nostro caso, utilizzando solo risorse interne, l’impronta viene registrata sul portale di LIMES farm, che serve per gestire l'enroll. Da qui parte la registrazione e l’abbinamento del proprio dermatoglifo - il disegno dell’impronta del dito - che viene automaticamente salvato nel database. In realtà non viene mai salvato il dermatoglifo, perché è un dato sensibilissimo, ma viene calcolata una serie di numeri interi che non è altro che una rappresentazione matematica delle caratteristiche del dermatoglifo, che sono poi quelle che vengono confrontate. Anche questi dati vengono salvati sul database in maniera criptata, in modo tale da tutelare la privacy dell’utente, come succede su quasi tutti i cellulari.
L’impronta digitale non è un sistema di accesso utilizzato abitualmente nei coworking, poiché molti prediligono l’accesso autonomo mediante l’uso del tag rfid, che è un dispositivo molto efficace dal punto di vista tecnico ma ha un problema di trasferibilità. Per questo, abbiamo deciso di non adottarlo prediligendo l’impronta digitale.


Le parole chiave che riassumono la nostra scelta:


Immediatezza e comodità. Il dito umano non si può perdere, né rompere - a tal proposito incrociamo le dita, ma non troppo 😎 - e nemmeno smagnetizzare come una tesserina. Perché inventarsi un nuovo dispositivo quando il nostro dito è parte di noi e in più può essere utilizzato come chiave d’accesso per qualsiasi cosa?
La non trasferibilità. Con l’impronta digitale abbiamo la garanzia e la certezza dell’identità della persona. Non ci si può assolutamente sbagliare!
Spendibilità commerciale. Sicuramente l’impronta è qualcosa che crea hype, è molto più simpatica rispetto alla tessera classica. Insomma, è un’idea figa.
Per cui tra tutti i dispositivi esistenti, come il riconoscimento facciale o la scansione dell’iride, l’impronta digitale è stata la scelta più adatta per il nostro coworking.

Le problematiche dell’impronta digitale

Ci sono però dei contro nell'utilizzo di questo sistema di accesso, soprattutto legati al fatto che l’enroll e il confronto non sempre sono precisi. Per far fonte a questo piccolo difetto, abbiamo definito un sistema differente per il quale ad ogni persona vengono registrate più impronte in base alle proprie caratteristiche epidermiche: se si ha un’impronta più caratteristica servono meno impronte, mentre se una persona ha il dito meno caratterizzato bisogna prenderne di più, per rendere il gap inferiore.
Altro problema dell’impronta sono i falsi positivi, soprattutto sulla porta principale d’ingresso dell’edificio. C’è infatti una probabilità minima che una persona esterna e non registrata, che dopo aver provato a mettere il dito moltissime volte sul dispositivo di riconoscimento, riesca ad un certo punto a sbloccare la porta. Per risolvere questo disagio, viene fatta una scansione ulteriore dell’identità attraverso due metodi di autenticazione. Il primo avviene con il collegamento dei dispositivi: il database sa se un telefono o un PC è collegato perché, al momento dell’iscrizione al server di LIMES farm, vengono registrati tutti i dispositivi elettronici usati (a scelta dell’utente). Quindi, mentre si accede con l’impronta, vengono controllati quali dispositivi personali sono collegati. È un’identificazione ulteriore completamente automatica. La seconda invece scatta solo quando non si ha nessun apparecchio elettronico con sé, perché scarichi o dimenticati. In questo caso, nel momento della registrazione, il sistema richiede un pin di autenticazione.

In conclusione, l’utilizzo dell’impronta digitale come chiave d'accesso è un sistema che ci caratterizza e che abbiamo scelto per il nostro coworking, perché propria dell’essere umano in quanto tale. Non c’è bisogno di nessun chip, poiché è l’impronta umana a svolgerne la funzione, il nostro corpo - e quindi il nostro dito - è la chiave della tecnologia. È un esempio perfetto di come l’intelligenza umana e quella artificiale possano effettivamente essere una cosa sola e lavorare insieme, per creare l’innovazione del futuro.

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